Smettetela di spendere miliardi per il Mose e cominciate a piantare milioni di alberi

Mentre le temperature del pianeta continuano a salire e i governanti rimandano i provvedimenti sul taglio delle emissioni per fermare l’emergenza climatica, un nuovo studio propone un metodo economico e accessibile per mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Da sempre sappiamo che le foreste hanno un ruolo fondamentale nella rimozione del diossido di carbonio dall’atmosfera, assorbendo circa 2 miliardi di tonnellate di Co2 ogni anno. Le piante sono così importanti perché durante il processo di fotosintesi, attraverso l’energia fornita dal Sole, assorbono il diossido di carbonio dall’atmosfera e l’acqua dal terreno, rilasciando poi ossigeno nell’aria. Il carbonio viene poi dapprima accumulato nel legno e, quando l’albero muore e si decompone, finisce nel terreno dove, a seconda delle temperature e dell’uso del suolo, rimane intrappolato per migliaia di anni. Quello che però agli scienziati non era ancora chiaro era la quantità di alberi che la Terra può supportare naturalmente.

Il nuovo report intitolato The global tree restoration potential, pubblicato lo scorso luglio su Science, ha messo in evidenza proprio questo: sul nostro Pianeta c’è suolo sufficiente per aumentare di un terzo la copertura forestale globale, senza interferire con città o attività agricole già esistenti. Attualmente, secondo i dati della Fao, sulla Terra ci sono circa 4 miliardi di ettari di foreste, e il recente report dell’Ipcc ha affermato che, per ridurre di 1,5 °C il riscaldamento globale entro il 2050, sarebbe necessario un miliardo di ettari in più. I ricercatori hanno quindi cercato di capire come e dove questi nuovi alberi potrebbero essere piantati e quanto carbonio potrebbero assorbire. Valutando un ettaro alla volta, sono state analizzate circa 80.000 misure fotografiche satellitari di coperture arboree negli ecosistemi di tutto il mondo, che sono poi state combinate con enormi banche dati globali sulle condizioni del suolo e del clima. È stata così ottenuta una stima dettagliata di quanti alberi la Terra potrebbe sostenere, una mappa delle foreste attuali e una delle zone in cui potrebbero crescerne di nuove. Il gruppo di ricerca ha poi sottratto le foreste esistenti, le aree urbane e i terreni usati per l’agricoltura, arrivando a 0,9 miliardi di ettari che potrebbero essere coperti da foreste ma attualmente non lo sono, una misura molto vicina a quella richiesta dall’Ipcc. Se nelle aree identificate venissero piantati nuovi alberi, questi potrebbero, una volta cresciuti, immagazzinare oltre 200 miliardi di tonnellate di carbonio.

Bisogna però fare in fretta, perché la quantità di terreno utilizzabile diminuisce con l’aumentare delle temperature. Anche se il riscaldamento globale si limitasse a 1.5 gradi, come prescritto dagli accordi di Parigi, l’area disponibile per la riforestazione si ridurrebbe di un quinto entro il 2050. E bisogna anche fare i conti con la deforestazione: attualmente è infatti la seconda causa del cambiamento climatico, dopo l’uso dei combustibili fossili, ed è responsabile di circa il 20% di tutte le emissioni di gas serra, più di quelle dovute al settore dei trasporti a livello globale. Uno studio pubblicato su Nature nel 2015 ha stimato su tutto il pianeta una quantità di alberi pari a tremila miliardi, cioè circa 420 per ogni essere umano. Sembrano tanti, è vero, ma lo studio del passato ha messo in evidenza che negli ultimi 11mila anni la deforestazione dovuta alle attività umane ne ha ridotto la quantità di quasi la metà. Stando all’analisi pubblicata su Nature, ogni anno sono circa 15 miliardi gli alberi che vengono abbattuti dall’uomo, e solo cinque miliardi vengono poi rimpiazzati da nuove piante.

“Il nostro studio mostra chiaramente che il ripristino delle foreste è la migliore soluzione che abbiamo oggi a disposizione contro i cambiamenti climatici” ha detto Tom Crowther, ricercatore dell’ETH di Zurigo, tra gli autori dello studio. “Se agissimo subito, potremmo ridurre fino al 25% la Co2 in atmosfera, tornando ai livelli di quasi un secolo fa”.

Più della metà delle aree dove potrebbe essere effettuata una riforestazione si trova in appena sei nazioni: gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Brasile e la Cina, tutte nazioni dal grande potenziale perché molte delle foreste originarie sono state rimosse per lasciare spazio alle attività umane. Ma non solo: uno studio pubblicato su Science Advances indica molte aree utili per la riforestazione anche nelle zone tropicali dell’Africa. Ricostituire le foreste delle aree tropicali non solo aiuterebbe a mitigare la presenza di Co2 in atmosfera, ma anche a ridurre il tasso di estinzione di molte specie animali oggi a rischio.

Crowther enfatizza, tuttavia, che questo sistema può sì mitigare gli impatti, ma non fermare del tutto l’emergenza climatica: rimane comunque di vitale importanza la riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la limitazione dell’uso dei combustibili fossili e della deforestazione. Anche perché per avere i risultati descritti nel report occorrono almeno 50-100 anni, per dare il tempo agli alberi di crescere.

Secondo Crowther piantare nuovi alberi è “una soluzione contro i cambiamenti climatici che non richiede che il presidente Trump inizi improvvisamente a credere all’emergenza climatica, o che gli scienziati trovino delle soluzioni tecnologiche per eliminare l’anidride carbonica dall’atmosfera. È una soluzione disponibile subito, è la più economica e ognuno di noi può essere coinvolto”.

Tuttavia, questo nuovo studio ha attirato anche delle critiche: Zeke Hausfather, data scientist, ha detto in un tweet che la quantità di Co2 che secondo il report potrebbe essere tolta dall’atmosfera non corrisponde al vero, e che la riforestazione non può essere considerata come la soluzione universale all’emergenza climatica. Dello stesso parere anche Pep Canadell, direttore del Global Carbon Projectsecondo cui la riforestazione non servirà a risolvere i problemi del clima, ma potrebbe essere solo una piccola parte della soluzione. Molto più drastica Nadine Unger, docente di chimica atmosferica a Yale, che ha sostenuto, in un contributo per il New York Times, che piantare alberi potrebbe anzi peggiorare la situazione, perché il ciclo del carbonio è molto più complesso di quanto si pensi e un drastico aumento della copertura forestale potrebbe addirittura nel paradosso far aumentare il riscaldamento globale. Secondo lei, il colore scuro degli alberi potrebbe far sì che questi assorbano più energia solare, aumentando così il riscaldamento superficiale della Terra. Inoltre gli alberi, in caso di condizioni meteorologiche estreme o infestazione di parassiti, emettono composti organici volatili che “contribuiscono all’inquinamento dell’aria e possono essere nocivi per la salute umana”.  Una critica, questa, a cui ha prontamente risposto, con una lettera, un gruppo di 31 scienziati, concordi nell’affermare che sono invece solide le basi scientifiche riguardanti gli effetti raffreddanti delle foreste sul clima del Pianeta, attraverso la rimozione della Co2 dall’atmosfera e attraverso la formazione di vapore acqueo.

Nonostante l’acceso dibattito ancora in corso, qualcosa già si sta facendo: da qualche anno sono stati infatti avviati alcuni progetti internazionali per il mantenimento delle foreste esistenti e la piantumazione di nuovi alberi: in Europa troviamo la Bonn Challenge, un progetto avviato nel 2011 dal governo tedesco e dalla Iucn (International Union for Conservation of Nature), a cui hanno in seguito aderito 59 nazioni: lo scopo è quello di ripristinare 150 milioni di ettari di foresta entro il 2020 e 350 milioni di ettari entro il 2030; e poi c’è la Trillion Tree Campaign, avviata nel 2007 da un bambino tedesco, Felix Finkbeiner: rivolta principalmente a studenti e comunità, ha già permesso di piantare oltre 13.6 miliardi di alberi. E ci si sta muovendo anche in Italia, su diversi fronti: in Veneto e in Trentino Alto Adige, dopo la tempesta che lo scorso anno ha devastato oltre 45mila ettari di foreste, sono allo studio nuovi sistemi di gestione forestale che prevedono un bosco misto, più resistente agli eventi estremi. Ed è dello scorso 12 settembre la notizia che Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, in collaborazione con il Wwf, ha lanciato la campagna “Un albero in più”, che invita ogni cittadino italiano a piantare il prima possibile un albero: il risultato sarebbero circa 60 milioni di alberi in più per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Piantare nuovi alberi, quindi, sarà anche una piccola parte della soluzione, ma è un qualcosa che, in attesa di provvedimenti reali sulla riduzione delle emissioni, possiamo fare tutti per far sì che i livelli di Co2 in atmosfera tornino a valori non più così preoccupanti.

Questo articolo, sviluppato da THE VISION per il progetto HABITAT, è stato sponsorizzato da Volkswagen.

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